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Introduzione a “Blow”

TRADUZIONE BY DePpMaNia

Arrivai a New York tardi, da qualche parte intorno alle 11.30 di sera, proveniente dall'Europa. Stavo ancora subendo le conseguenze del jet lag, avevo tenuto spalancate le palpebre per troppe ore, il mio cervello era riempito dalla minaccia dell’arrivo di Mr. Sun, sapendo che presto avrebbe interrotto il mio pisolino e mi avrebbe ributtato in questo mondo. Chiusi i miei occhi con la speranza che lui fosse in ritardo.
Fui svegliato la mattina seguente - o piuttosto un paio di ore più tardi - da un Mr. Sun che fu molto pronto a far sì che la luce penetrasse attraverso le mie palpebre. Il bastardo marcio mi aveva trovato.
Caddi in avanti, mi agitai, mi girai e ruotai - facendo del mio meglio per evitarla - finché non ce la feci più e costrinsi le mie palpebre ad aprirsi e fissai con i miei bulbi oculari proprio quella luce bestiale. Mi feci un caffè caldo e guardai fuori dalla finestra, così cominciai quella giornata. Cose da fare... Bisognava svegliarsi ed andare avanti… In avanti.
Scesi giù a St. Mark Place e mi recai in una libreria di basso livello, per persone senza pretese intellettuali e di bassa cultura, per bohemien, per persone della contro cultura sotterranea. La mia missione era trovare e mettere tra le mie mani un po' di letteratura appropriata per i miei gusti. Come prima cosa e soprattutto, “Paura e Disgusto a Las Vegas”, il capolavoro del Buon Dottore Hunter S. Thompson, un libro che andrebbe letto da tutti, specialmente da chiunque abbia bisogno di un'escursione seria per uscire dai propri quattro muri. Secondo sull'elenco, “Tarantula” di Bob Dylan - non c’è bisogno che dica niente su lui o sul suo genio. Terzo, Kerouac, “On the Road” è per me la Bibbia. E perché no, visto che ero lì non potevo non gustarmi un po’ di Burroughs e Ginsberg.
Dovevo portare quegli eccellenti libri in una prigione, l’Istituto Correttivo Federale di Otisville, per essere preciso. Mi dovevo incontrare con un detenuto ospite di quel carcere, il Detenuto Federale numero 19225-004 George Jung.
La cavalcata tra i diversi Stati durò poche ore, utilizzai quel tempo per pensare alle mille domande che mi sarebbero state poste da Mr. Jung e che turbinavano nella mia testa. Ponderai per bene le risposte ma poi le gettai via quando arrivai alla prigione.
Una spessa coltre di neve ricopriva la terra - il sole ancora splendeva nella mia direzione - mi trovai stando in piedi fuori del recinto di un'istituzione dall’aspetto gentile con la facciata benigna di tutti i Dipartimenti della Motorizzazione civile. E precisamente quel luogo appariva così, almeno fino che incontrai il primo gruppo di porte di acciaio. Portati giù con molti pacchetti di Camel senza filtro destinate al Detenuto Federale numero 9225-004, i libri acquistarono un significato in più rispetto alla mia prima missione e vidi una macchina per la distribuzione automatica di acqua di selz (uno dei pochi lussi permessi durata una visita ai detenuti), fui portato attraverso il labirinto congestionato di detenuti con le loro mogli, bambini, avvocati e guardie ad una piccola stanza circondata da vetro rinforzato, con porte di acciaio ed in sottofondo ronzii che riecheggiavano nell’aria. Dopo un minuto o due di attesa in quella sorta di vasca per i pesci mia fui presentato al Detenuto #19225-004. Lui avanzò e si piegò con un mezzo sorriso, gli occhi strabici e profondi si alterarono, indicando un’anima rovinata di un pirata che aveva visto per troppi giorni il mare. Ci salutammo l'un l'altro in modo casuale e accorto e dopo tre minuti era già come se George e io ci conoscessimo da mille anni o più e fossimo vecchi amici.
Per molte ore parlammo intensamente... soprattutto fu lui a parlare per la maggior parte del tempo. Io lo ascoltai e lo guardai come un falco che osserva la sua preda, storia dopo storia, analogie esoteriche, fatto dopo fatto dove ogni cosa supera la precedente. Lui era generoso, lui era gentile, lui era ilare, lui era doloroso, lui era troppo umano - un genere di Maestro Zen reietto bandito che avrebbe afferrato la vita e l’avrebbe fatta girare il più possibile per assaporare tutto quello che aveva valore. La vita poi lo fece frenare bruscamente e cadere a terra.
Fra le molte perle di saggezza sorprendenti che George volle dividere così generosamente con me, ce n’è una in particolare che bazzica tra i miei pensieri continuamente: “Uno è il numero e due sono quello”. Il pensiero più pauroso di tutti è che io sono abbastanza sicuro di sapere quello che lui vuole dire.
È molto raro nella vita che qualcuno apra il proprio cuore e la propria anima con un accesso illimitato ai pensieri più profondi, ai sogni, alle paure, ai rammarichi e alle intimità... ancora più raro che questo accada quando si è appena incontrato quella persona, a causa dell'ovvio imbarazzo, e quando è estremamente improbabile che quella persona spenderà molto tempo con Voi nel futuro. Quindi ancora di più per questo ho un grande debito di gratitudine nei confronti di George. Ed anche per l’onore che ho avuto nell'incontrarlo, nel conoscerlo, nell’aver appreso della sua vita e avendo imparato da lui. Tutto questo, insieme all'opportunità di ritrarre George, fu possibile grazie alla cortesia di Ted Demme e Nick Cassavetes, i ragazzi così pazzi da pagare la cauzione e correre via con lui la prima volta.
Mi fu chiesto di scrivere un'introduzione per un libro - un libro di cui io non sapevo nulla. Essi mi dissero che si trattava di un libro di fotografie e che quelle fotografie furono scattate sul set di “Blow”. Io non sapevo cosa scrivere a proposito di quel libro. Quello che sapevo è che qualsiasi cosa che era accaduta sul set di quel film accadde solamente a causa di George... quindi scrissi a proposito di lui. E anche se lui era uno dei maggiori ingredienti che fisicamente mancavano sul nostro set, la sua forza, la sua energia ed il suo spirito erano onnipresenti.
Al Governo Federale, George Jung non è nulla di più che una pila di carte spinte in un schedario che raccoglie polvere, un'altra incisione sulle loro cinture.
All’Istituto Correttivo Federale di Otisville, lui è soltanto il detenuto numero 19225-004.
A sua figlia Kristina, lui è il padre che lei non ebbe mai la possibilità di conoscere e di amare.
A me, lui non è un numero, lui non è un carcerato, lui non è un criminale. Lui è un grande uomo la cui saggezza e la cui conoscenza sfortunatamente furono grandemente oscurate dalle scelte e dagli errori che fece tutti quegli anni fa quando non aveva avuto nemmeno il tempo di liberarsi dal condizionamento che su di lui fu esercitato dai suoi genitori.
Mentre io scrivevo quelle parole affinché lui potesse leggerle, George era già seduto definitivamente sulla sua cuccetta di 4 per 8 piedi, sognando il giorno in cui anche lui potrà stare in piedi fuori dal recinto di un'istituzione dall’aspetto gentile, lontano dai ronzii che riecheggiano nell’aria delle porte di acciaio che vi sono all’interno... una spessa coltre di neve sulla terra, il sole che splenderà nella sua direzione... Su. Sveglio. Avanti. In avanti.
Che il vento sempre soffi sulla sua schiena E che il sole illumini la sua faccia E che le ali di destino lo portino in alto per ballare con le stelle...

Nota del traduttore: George Jacob Jung fu uno dei più grandi trafficanti di cocaina degli Stati Uniti negli anni '70 e '80. La storia della sua vita è stata raccontata nel film Blow del 2001.


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